di
Andrea Pasqualetto

La frase choc di Ciciliano, crollati 350 milioni di metri cubi. L’esperto: saranno «divorati» altri 30 metri di città

DAL NOSTRO INVIATO 
NISCEMI – Di qua la piana di Gela, di la cittadina al centro dell’emergenza: la «nuova» Niscemi. Vista dall’alto è un grumo di case sulla cima di una collina che ha alla base una fascia giallo ocra alta una cinquantina metri. È la grande frana che disegna una sorta di esse e va da sudest a nordovest cingendo l’agglomerato urbano per oltre quattro chilometri. Balza all’occhio ed è già diventata un punto di riferimento per i piloti che volano su quest’angolo di Sicilia meridionale.

Siamo a bordo di un AW139 della sezione aerea della Guardia di finanza di Catania, elicottero che in questi brutti giorni di gennaio sorvola l’area del disastro per monitorarlo. Dopo la pioggia della notte, che ha causato il crollo di un altro edificio, il cielo sembra lavato a secchiate e splende il sole. Scendiamo di quota, spunta il Belvedere che era il fiore all’occhiello di Niscemi per via del panorama verso Gela.



















































«Quello sarà ripristinato al più presto», ha promesso il sindaco Massimiliano Conti che sta affrontando senza respiro la grande emergenza. C’è una particolarità: qui la linea della frana fa una piccola curva, quasi che il mostro abbia voluto salvare la bella piazzola. Ma il resto, cioè la passeggiata che poi scendeva a valle, è andata giù per intero lasciando nudo il Belvedere. Ci spostiamo verso sudest ed ecco un simbolo del disastro: l’auto che spunta dal costone. Un po’ come il camion Basko del crollo del Morandi, rimasto miracolosamente sul ciglio del ponte, questa utilitaria si è incredibilmente salvata dalla catastrofe. «Era all’interno del garage ma la parete è caduta nel burrone e così la macchina è rimasta a penzoloni», spiega Antonio Tizza, uno del posto che sa com’è andata.

Ai piedi della frana c’è una stradina. È via De Moli e fino al 25 gennaio si trovava cinquanta metri più su e costeggiava l’abitato per circa mezzo chilometro. Cioè, i residenti accedevano alle loro case da lì, cosicché tutte queste palazzine sul coronamento della frana sono impossibili da raggiungere, se non da alcune vie laterali. Siamo nel quartiere Sante Croci, dove si registra il maggior numero di sfollati (in tutto sono 1276). Qui un tempo c’era una chiesa, abbattuta dopo essere stata gravemente danneggiata dalla frana del 1997. Al suo posto una croce. Sotto, il nuovo precipizio. Che sembra avere più o meno la stessa inclinazione su tutti gli oltre quattro chilometri di frana. 

«La pendenza è ora più o meno del 75% — stima il geologo Nicola Casagli, professore dall’Università di Firenze e grande esperto di frane che qui lavora per la Protezione civile —. Ma la frana è in movimento e potrebbe arrivare al 60%, il che significa che verrebbero erosi altri trenta metri di città, con l’ovvia conseguenza di nuove cadute di case. In uno scenario sfavorevole potrebbe arrivare al 45% e in questo caso i metri perduti da Niscemi sarebbero 50». Tradotto in termini di sfollati significa che per almeno 400 residenti sarà quasi impossibile rivedere la propria casa. «Io ipotizzo, sulla base della mia esperienza, che entro i 50 metri dall’attuale ciglio nessuno potrà più tornare ad abitare e che ci sarà una fascia da 50 a 100 dove invece si potrà fare ma solo a certe condizioni».

Poco più in là, verso contrada Pirillo, altra immagine destinata a rimanere nella storia del disastro. Sempre a valle ci vedono due camion e un piccolo escavatore un po’ malconci ma in piedi, vicino a qualche piccolo prefabbricato bianco. A prima vista sembra un cantiere. E un po’ lo era, ma anche questo 50 metri più su, come se fosse sceso con l’ascensore.

Viriamo verso il mare. «Vedi quella — indica dall’elicottero il capitano Giuseppe Cataldo — È la statale per Gela, chiusa al traffico». La statale serpeggia nella valle dissestata e di tanto in tanto si interrompe. E lo stesso succede più a Nord su quella per Catania, dove la striscia d’asfalto a un certo punto scompare. Lì era crollato anche un ponte il 16 gennaio, quando tutto iniziò con il primo smottamento, prima cioè che arrivasse il ciclone Harry a metterci la goccia che ha fatto diventare gigantesca la frana di Niscemi. «Centinaia di milioni di metri cubi di terra», stima il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano. 350 (milioni) per la precisione. «Una massa enorme, più grande di quella movimentata nel disastro del Vajont», dice. Il volo finisce, Niscemi ha paura.

30 gennaio 2026 ( modifica il 30 gennaio 2026 | 07:24)